10 05 2018

# Vita e università: intervista con Giovanni Battista Bachelet

Vita e università: intervista con Giovanni Battista Bachelet

La sera del 10 maggio abbiamo avuto l’onore di ospitare nella nostra residenza il fisico e politico italiano Giovanni Battista Bachelet, figlio del giurista Vittorio Bachelet assassinato dalle Brigate Rosse in un agguato alla Sapienza il 12 febbraio del 1980. Ma probabilmente è sbagliato, definirlo così: presentando le persone, tendiamo ad attribuire loro, tra i vari titoli, quelli che sono comunemente ritenuti più rilevanti e significativi. Perché essere nonno, padre, marito, figlio, fratello, dovrebbe essere meno importante che insegnare fisica o avere un mandato parlamentare? Non lo è; perché si tratta di componenti ugualmente fondamentali per descrivere il grande uomo che dimostra di essere, nelle grandi come nelle piccole cose, sul lavoro come in famiglia. Certo, l’equilibrio non è mai facile, eppure è il segreto per non incorrere in una serie di pericoli che possono compromettere il nostro approccio alla vita: la professionalità e la carriera non dovrebbero essere totalizzanti e assorbire così tutte le nostre energie e il nostro tempo; allo stesso tempo, pur asserendo l’importanza degli stimoli esterni al proprio ambito, realizzarsi in tutto tranne che nel proprio campo toglie credibilità e crea dispersione. Giovanni, con le sue parole, i suoi aneddoti e i suoi racconti, ci ha regalato il suo prezioso esempio: guardare allo studio e al lavoro come a un servizio agli altri, accettare e apprezzare ciò che si ha e si è, anziché pensare a tutto quello che non si ha o che si potrebbe avere, essere fedeli alla propria vocazione, anche e soprattutto nelle piccole cose, rispondere adeguatamente ai doni e ai privilegi ricevuti, riuscire a vedere il bene che avanza nonostante non faccia notizia. In fondo, capiamo che a volte ci impegniamo proprio a non goderci la vita e rischiamo di cadere in un’esistenza banale: prendiamo esempio, allora, da chi, pur avendo salutato il proprio padre in un aeroporto senza sapere che sarebbe stata l’ultima volta, usa la memoria non per indugiare troppo nel pianto e ricordare un elenco di disastri, ma per guardare al bene che è stato fatto da chi ci ha lasciati; prendiamo esempio da chi, nonostante tutto, trova il coraggio per spiccare il volo.

Federica M. CORPINA