09 04 2018

# JUMP GLOBAL MINDSET

Più giù che in superficie ma abbastanza in alto per guardare

Se non fosse che si tratta dell’acronimo per Job-UniversityMatching Project, davvero l’esperienza del JUMP farebbe pensare ad un vero e proprio ‘salto’: sulla scacchiera del pacchetto Global Mindset, a noi residenti di Celimontano è stato concesso di muoverci come il cavallo, su caselle sempre di colore diverso da quelle di partenza, mai adiacenti, ma sempre e comunque dotate di una certa continuità. Siamo partiti proprio dall’inizio, dalla domanda delle domande, quella che ci è stata posta da Emilio Fatovic, vicesegretario generale della Confederazione Generale dei Sindacati Autonomi dei Lavoratori (Confsal) e membro del Comitato economico e sociale europeo (CESE), durante l’incontro intitolato “Una vita dedicata ai giovani e alle istituzioni: l’eredità di un leader”, tenutosi il 6 marzo di quest’anno nella residenza Celimontano: what am I doing here? Domanda non facile, per quanto possa sembrare scontata e banale: forse è per questo che non ce la si pone spesso, oppure perché, in fondo, è un po’ una fuga inconscia da una risposta che non si conosce. Intanto, qui dove? Possiamo affermare, quasi con assoluta certezza (o almeno dipende dai punti di vista) che qui è un luogo di opportunità, opportunità che non aspettano altro che di essere sfruttate, non per consentirci di emergere su chi ci sta accanto, ma per aiutarci ad assumere consapevolezza di noi stessi. Ed è il primo passo per poter rispondere. Quelli successivi sono altrettanto importanti, ma un bambino non cammina se prima non si è messo in piedi. Solo dopo aver capito e accettato chi siamo possiamo imparare a conoscere il contesto che ci circonda e a destreggiarci in esso. E’ fondamentale, innanzi tutto, saper distinguere, e allo stesso tempo conciliare, i tre principali tipi di intelligenza, emotiva, sociale e artificiale (o digitale), riservando il giusto spazio alle relazioni, alle competenze e all’utilizzo meccanico. Ma c’è un’altra domanda che dovrebbe sempre farsi largo nelle nostre esperienze: perché? E’ questo l’interrogativo che sta alla base della conoscenza e della curiosità, ingrediente imprescindibile della passione e dei sogni. Perché in fondo, noi, siamo qui per realizzarli. Anche quando sembra che possano essere distrutti, che possano saltare in aria in una piazza affollata o essere investiti nella via principale di una città turistica. Perché il contesto è, sì, opportunità, ma è anche, e troppo spesso, realtà spezzata; e, purtroppo, le fratture sono tutt’altro che sterili. Grazie ai due appuntamenti del 10 e del 25 marzo con Michael Andenna, docente di Lingua Araba presso l’Università Cattolica di Milano, abbiamo fatto un salto nel Medio Oriente e nella sua storia, cercando di individuare le crepe all’origine di quelle espressioni di violenza che, nell’immaginario comune, sono legate, e talvolta anche troppo, alla religione islamica. In realtà, ripercorrendo le vicende del mondo arabo e, più in particolare, dell’Islam, risulta subito evidente quanto abbia pesato l’ingerenza degli occidentali sull’affermazione ed espansione di modelli radicali ed estremi, nati, sì, dalle idee e dalle aspirazioni di singoli, o gruppi di individui, particolarmente fanatici; ma spesso agevolati dal fatto di essere stati ingenuamente considerati, quando ancora solo in potenza, conseguenze trascurabili e necessarie per affermare i propri interessi in questioni contingenti di natura politica, economica, militare. Denaro, armi, petrolio, sono soggetti molto più determinanti della religione in questo gioco che da troppo tempo ormai si porta avanti, talvolta cambiando carte e regole, ma alzando sempre la posta in gioco. Talebani, jihadisti, Al Qaeda, Isis, non sono solo figli di rigide interpretazioni del Corano o della Sunna: l’Occidente li ha cresciuti e deve assumersi la sua parte di responsabilità. Forse, se fossero altri i valori alla base di scelte ed azioni, se ci fossero più opportunità e meno soprusi, questo appello ai frustrati del mondo non godrebbe di un così gran numero di reclute; forse, se ai figli della distruzione venissero aperti gli occhi un passo prima delle macerie, vedremmo più semi di speranza germogliare e meno bombe di caos esplodere.

Con l’incontro successivo, quello del 27 marzo, ci siamo spostati ancora un po’ più a Oriente, nella Cina di LifangDong, primo avvocato donna italo-cinese e socio fondatore dello studio legale Dong& Partners. Chi meglio di lei, nata a Wenzhou e arrivata in Italia all’età di 6 anni, avrebbe potuto trasmetterci il valore della multiculturalità? Certo, ne ha incontrati tanti di ostacoli: non è stato facile ambientarsi, farsi degli amici, acquisire dimestichezza con la lingua, conciliare lo studio con la gestione del ristorante di famiglia, fare delle scelte decisive. Ma, proprio attraverso il racconto della sua vita, ci ha rivelato quelle che sono state le chiavi del suo successo e che, secondo lei, possono rivelarsi determinanti nella scelta delle mosse strategiche per vincere la nostra partita: ci vogliono coraggio, flessibilità, determinazione, onestà, trasparenza, positività,impegno sociale, flessibilità, costanza, qualità professionale, capacità di networking, umiltà e la giusta apertura mentale per avere una visione a tutto tondo di ciò che ci circonda. Perché, in un mondo che ci bombarda di informazioni e ci chiede di vivere nel futuro, non dobbiamo dimenticarci che ciò che conta davvero sono le relazioni, dalla famiglia alle relazioni internazionali, e che i nostri mezzi sono quelli per costruire il presente, un dono che, giorno dopo giorno, potrà chiamarsi domani. E’ simile la prospettiva che siamo stati stimolati ad adottare col “salto” propostoci da Michele D’Avino durante il suo intervento, tenutosi il 5 aprile e intitolato “Il conflitto israeliano-palestinese. Prove tecniche di pace”. Direttore dell’Istituto di diritto internazionale della pace Giuseppe Toniolo, Avvocato e Dottore di ricerca in “Governo dell’Unione Europea, politiche sociali a tributarie”, il relatore ci ha lanciato una sfida: entrare nel vivo di una questione controversa e irrisolta quale è il conflitto tra Palestina e Israele, una questione fatta di tensioni, di guerre, di violenza, di soprusi, di ingiustizie, una questione che coinvolge molti soggetti internazionali, ma che, soprattutto, ha stroncato (e purtroppo continua a farlo) tante, troppe vite umane. Essendo un contrasto che ha poca geografia, ma troppa storia, ci sono state fornite le coordinate minime necessarie per orientarsinella problematica, prima che potessimo davvero immedesimarci nelle diverse parti in causa: ci siamo divisi in cinque gruppi, rappresentanti rispettivamente Israele, due organizzazioni palestinesi, gli Stati Uniti e l’ONU; nostro compito era quello di simulare una Conferenza delle Nazioni Unite, portare e difendere le istanze di ciascun soggetto in seno al dibattito e cercare di arrivare ad una soluzione di comune accordo. Tra obiezioni e polemiche, ci siamo davvero resi conto di quanto sia difficile il raggiungimento della pace quando l’obiettivo di ognuno è esclusivamente quello di difendere i propri interessi, quando non c’è alcuna disponibilità all’ascolto o al compromesso, quanto tutto è o bianco o nero, senza vie di mezzo per venirsi incontro. No, non abbiamo trovato una soluzione e non sarà possibile trovarla, né nella finzione né nella realtà, fintantoché le varie parti useranno a loro garanzia il fatto di avere ciascuna un nemico e mancherà la volontà politica di mettere finalmente un punto a questa guerra ormai quasi ‘rituale’. Se la forza è la sola lingua che vogliamo capire, la pace sarà sempre e solo una scusa per continuare a combattere, mai il vero motivo per deporre le armi.

Il 9 aprile, con l’ultimo di questa serie di incontri, quello con Eric Jozsef, corrispondente in Italia del quotidiano Libération e giornalista de L’Internazionale, siamo tornati alla nostra Europa, Europa che in fondo, nel nostro percorso, non abbiamo mai del tutto abbandonato. Forse un’Europa che ci ha un po’ delusi, che ha fatto abbastanza per essere una realtà, ma non per rispondere alle attese dei cittadini, che non ha potuto evitare il dilagare di un euroscetticismo dalle più varie sfumature: da quello nazionalista e sovranista, a quello ideologico-economico, fino ad un euroscetticismo identificabile più con un sentimento di smarrimento e di incomprensione. La verità è che il mondo è cambiato, le potenze e i rapporti di forza sono cambiati, e l’Europa non può più vantare quel protagonismo che ha caratterizzato certe fasi della storia: è una questione identitaria ancor prima che economica, un ridimensionamento non facile da accettare. Oggi è in mezzo al guado, ma è anche vero che gli euroscettici non hanno valide soluzioni alternative da proporre e che l’Europa, nel tempo, ha mostrato non solo i suoi lati negativi, ma anche i suoi vantaggi: ha permesso la pace e la solidarietà tra i Paesi, lo sviluppo economico del continente (benché l’introduzione della moneta unica abbia significato per alcuni Paesi un motivo di indebolimento), l’uscita di molti Paesi dalla dittatura. Del resto abbiamo in comune molto più che una moneta: condividiamo un immaginario, una cultura, una storia; la nostra storia, e vogliamo che abbia un lieto fine.

                                                                                                                                                                                                        

Federica M. CORPINA